Il collegio dei Feziali era uno dei più antichi di Roma, composto da venti membri eletti per cooptazione, scelti dal re in età regia, poi dal Senato in età repubblicana. Livio fa risalire la loro origine a Numa Pompilio, secondo re di Roma. A questi sacerdoti fu riconosciuto lo “ius fetiale”, ovvero il diritto di dichiarare guerra e concordare la pace. Numa avrebbe preso esempio dal popolo degli Equicoli.

Livio aggiunge che quando Roma credeva di aver subito un torto, era solita inviare due rappresentanti dei Feziali presso il popolo manchevole: il “pater patratus”, che parlava a nome di Roma, e il “pater verbenarius”, che portava una zolla proveniente dall’Arx capitolina che li qualificava come ambasciatori. Giunti sul posto, i sacerdoti recitavano una preghiera a Giove e la ripetevano a chiunque incontrassero, affinché più persone possibili sapessero l’accaduto, fino ad arrivare nella piazza centrale, dove il patratus esponeva le richieste di Roma e concedeva 30 giorni di tempo per accettarle.

Trascorsi i 30 giorni, i Feziali sarebbero tornati e in base alla risposta ricevuta si sarebbe potuto stipulare un accordo (foedus) sancito dall’uccisione di un maiale sotto gli occhi del “lapis silex”, una pietra di selce conservata in tempo di pace presso il tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio e che rappresentava il dio.In caso di rifiuto delle richieste, gli ambasciatori avrebbero informato il Senato e la decisione sarebbe spettata a quest’ultimo. Se si fosse deciso per la guerra, i Feziali sarebbero tornati al confine con il popolo nemico e avrebbero scagliato una lancia sul suolo straniero In questo risiede il concetto di “bellum iustum”, una guerra annunciata nel rispetto della rito romano.Il collegio sacerdotale dei Feziali fu soppresso durante il IV secolo a.C. per poi riprendere vita sotto l’impero di Augusto per volere dello stesso imperatore.

Questo fu il rito compiuto da Roma durante la sua espansione lungo la penisola italica, ma le cose cambiarono a partire dalle guerre contro Cartagine, dove l’attuazione del rito tradizionale avrebbe comportato una fatica immensa. E così, a partire dal III secolo a.C. le modalità cambiarono drasticamente. Nel 269 a.C. Appio Claudio Cieco, dopo una vittoria sugli Etruschi, fece voto di costruire un tempio dedicato a Bellona, dea italica della guerra, di cui oggi si può ammirare il podio nell’area archeologica del Teatro di Marcello. Ubicato fuori dal Pomerio, ospitò ambascerie di popoli non alleati e comandanti militari in partenza per le province. Dinanzi a questo tempio si trovava la “Columna bellica”: una colonna in legno situata su un quadrato di terra considerato a tutti gli effetti territorio nemico, su cui veniva scagliata la lancia che dichiarava la guerra. L’ultimo esempio ricordato di questo rito risale al 179 d.C. Sotto l’imperatore Marco Aurelio.

La condizione belligerante o meno di Roma era nota a tutti nella Capitale grazie ad un’altro rito altrettanto antico, che aveva come centro il tempio di Giano, situato nel Foro Romano, dedicato da Numa Pompilio alla divinità protettrice di ogni ingresso e ogni inizio. Distrutto sotto l’impero di Domiziano, è ricordato come un tempio quadrato di dimensioni modeste posto tra la Curia e la Basilica Emilia, completamente ricoperto di lastre di bronzo. Il tempio aveva due portoni, forse antiche porte cittadine, chiuse in tempo di pace e aperte in guerra.