Per capire quanto i Romani tenessero in considerazione i pregi naturalistici del loro territorio possiamo citare i nomi originali dei colli su cui nacque Roma: il Celio inizialmente era denominato Querquetulanus, perché coperto da boschi di querce; il Viminale era chiamato Salix Viminalis, perché coperto da salici; lo stesso Esquilino viene da Aesculus, il vischio, e una delle sue tre vette è chiamata Fagutalis, perché coperta da faggi; l’Aventino era chiamato Laretum per la presenza di numerose piante di alloro.

Questo legame col mondo delle piante lo troviamo anche nella mitologia: secondo Virgilio, gli indigeni che fonderanno la stirpe latina sarebbero nati dagli alberi di quercia; la stirpe dei re latini era quella dei Silvii, nome legato al termine “silva” (bosco). Inoltre varie città del Lazio sono legate al mondo naturale: Pometia, il cui nome deriva dai pomi; Ficana, deriva dal ficus; Crustumerium, derivante da un tipo di pera detta “crustumina”.

In tempi storici a Roma troviamo boschi sacri sia all’interno che all’esterno delle mura, connessi con templi. L’importanza dei boschi era tale che esisteva una festa “Lucaria” per celebrarne la sacralità. Il Templum non era inteso solo come edificio sacro, bensì più precisamente come “spazio consacrato”, tanto che l’augure, al momento della fondazione del templum, prendeva come punti di riferimento per la sua costruzione proprio elementi naturali come gli alberi.

Non è un caso che i templi dunque erano costruiti in prossimità di particolari alberi, e che nel corso del egli anni, quando questi venivano abbattuti o morivano, erano immediatamente sostituiti con altre piante.

Caratteristica comune delle civiltà classiche è la ripresa nei templi di forme ispirate dalla natura: le colonne rappresentano gli alberi, i capitelli, soprattutto nello stile corinzio, richiamano l’ordine e la bellezza naturale.

Altri esempi di rispetto per la natura li troviamo in ambito militare: sappiamo che i veterani di Cesare si rifiutarono di abbattere un bosco sacro nei pressi di Marsiglia, oppure quando nel 310 a.C. il con console Quinto Fabio Rulliano entrò in territorio etrusco attraversando l’invalicabile Selva Cinina, e la successiva vittoria della guerra non fu tanto eclatante quanto l’attraversamento stesso di quella foresta, indice del fatto che grandissimo doveva essere il timore reverenziale per questo luogo, abitato da geni locali, ninfe, satiri, fauni.

A causa dell’espansione dell’impero, Roma cambiò radicalmente la sua prospettiva nei confronti dei suoi originari sentimenti, ma in parallelo troviamo anche una rinnovata sensibilità di carattere “ecologico”, che troviamo soprattutto in Plinio: nella sua Naturalis Historia parla del fatto che terremoti e valanghe sono causate non dall’ira divina, ma dalla mancanza di boschi e dagli scavi eccessivi nel terreno (oggi parleremmo di dissesto idrogeologico); parla dell’esaurimento delle risorse rare; si preoccupa del fatto che gli alberi si consumino prima di quanto non crescano. Importantissimo è il collegamento di Plinio con la sfera etica del rispetto della natura.

Esistevano inoltre legislazioni che limitavano l’abbattimento dei boschi già in ambito italico, fin dal III secolo a.C., espressione di leggi probabilmente ben più antiche.

Dopo la caduta dell’impero, non ci saranno più legislazioni con il chiaro intento di preservare la natura.