“E’ una storia da dimenticare/ è una storia da non raccontare/ è una storia un po’ complicata/ è una
storia sbagliata”.
Questo è l’incipit del brano, che Fabrizio De Andrè dedica a Pier Paolo Pasolini, ma, per me, esso rappresenta un’altra Storia: la Storia di ragazzi che, durante questi settant’anni di Governo Democratico, hanno deciso di abbracciare i Valori della Destra, pur sapendo che le perdite avrebbero di gran lunga superato i guadagni (non solo economici, ma sociali, politici, lavorativi et cetera).

Un esempio su tutti è il contrasto al fenomeno della Criminalità organizzata: esercitando l’egemonia
culturale propria al Partito Comunista Italiano e, successivamente, alle altre sigle delle Sinistre, la vulgata (o mainstream, per gli appassionati di anglicismi) ha posto in primo piano, tra le vittime della mafia, coloro che, nel momento della morte, possedevano in tasca una tessera di partito o movimento di sinistra o in esso avesse militato (Pio La Torre, Giuseppe Impastato, Giancarlo Siani).

Non è mio interesse o volontà asserire la supremazia di morti innocenti, in base ad una appartenenza, anzi: il mio proposito è proprio quello di stabilire che tutti i caduti, al di là delle bandiere, meritano di essere conosciuti, raccontati, ricordati. Per ciò, in questo mio articolo, passerò in rassegna alcune storie, grazie anche al testo di Fabio Granata “Meglio un giorno. La Destra Antimafia e la bandiera di Paolo Borsellino” e, in particolare, alla prefazione di Alessandro Amorese.

Dunque, la prima tappa di questo nostro viaggio è Caulonia Marina, Calabria sud-orientale, 1971:
qui, dopo nove giorni di sofferenza, perde la vita Vincenzo Scuteri, carpentiere e uomo retto, troppo
retto per i boss del posto, che non gli perdonano quel “Il ferro della mafia non lo voglio comprare”, che sa di sfida aperta, di fedeltà ad un’Idea, di Rivoluzione. E cade con la Fiamma Tricolore nel cuore;


Risalendo lo Stivale, giungiamo a Salerno e sono già trascorsi due lustri: Dino Gassani, penalista, difensore del pentito Biagio Garzione. E’ anche dirigente e Federale di Salerno, per il MSI. Ma, quel giorno, la colpa che deve espiare è il non aver voluto far abiurare il proprio assistito, che chiama in causa il numero due di Raffaele Cutolo, ossia Raffaele Catapano. Il motivo della sua scelta è limpido e affidato alla carta, nella stessa notte della sua morte: “Non posso perdere la dignità”. E ancora una volta mi si parano davanti quei versi di Walt Whitman, immortalati dalla celebre pellicola “L’attimo fuggente”: “E risuona il mio barbarico Yawp, sopra i tetti del mondo”!In fondo, cos’altro sono queste gesta, se non la “Rivolta contro il mondo moderno”? Concentrando la nostra attenzione sulla Sicilia, incontriamo altre tre storie: Paolo Borsellino, una delle figure più amate (grazie ad un’opera di insabbiamento del suo passato, oltre alle indubbie capacità di indagine e lotta senza quartieri a Cosa Nostra). Infatti, tutto è stato detto del magistrato Borsellino, dal Pool Antimafia, al ritiro all’Asinara, fino al Maxiprocesso, alla morte del magistrato Falcone, suo fraterno amico e collega, e alla volontà dello stesso Borsellino di andare in fondo nella sua ricerca della Verità. D’altro canto, ben poco è stato raccontato del politico Borsellino, dirigente palermitano del Fronte Universitario di Azione Nazionale, sodale del parlamentare missino Guido Lo Porto e abile oratore ai convegni del Fronte della Gioventù.

Eppure, furono proprio l’appartenenza alla Destra Missina, la sua visione identitaria, il suo profondo
amore per Palermo, a condurlo alla vittoriosa guerra contro la mafia siciliana;

Un caduto a cui non si presta molta attenzione è Vito Schifani, membro della scorta di Giovanni Falcone: di lui ci si ricorda, in particolar modo, per il discorso che la giovane moglie, Rosaria Costa, travolta e stravolta dal dolore, tenne in chiesa, con quel “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare!”, che ancora provoca la commozione, in coloro che ascoltano la registrazione. Ebbene, Schifani (per quanto rivelato dal politico siciliano Francesco Ciulla, in un’intervista a Barbadillo), nel 1980, dodici anni prima dell’estremo sacrificio, si tessera con il FdG di Palermo.

L’approdo finale del viaggio è la Sicilia nord-orientale di Giuseppe Alfano, detto Beppe: professore di educazione tecnica, missino e appassionato di giornalismo, attività che conduce senza essere iscritto all’albo, ritenendone ingiusta l’esistenza. Collaborando con “La Sicilia” di Catania, inizia a condurre indagini e a redigere articoli sulle connessioni tra criminalità organizzata, politica, imprenditoria e massoneria, soprattutto riguardanti Barcellona Pozzo di Gotto, paese nel quale vive. Alla figlia Sonia, suo braccio destro in questa impresa, rivela di aver rifiutato i soldi offerti, in cambio di una sua sospensione dell’inchiesta. Ciò lo conduce, nel 1993, all’assassinio, da uomo libero e svincolato da compromessi, inaccettabili per un uomo del suo valore.

“Per il segno che ci è rimasto/ non ripeterci quanto ti spiace/ non ci chiedere più com’è andata/ tanto lo sai che è una storia sbagliata”

Marco Bilotti