Ottaviano Augusto, oltre che essere stato primo imperatore romano, straordinario generale e massimo evergeta dell’Urbe, seppe sfruttare a pieno la situazione che si era creata al momento della morte del padre adottivo, Giulio Cesare, accettando il testamento paterno che lo vedeva come suo erede nonostante la giovanissima età. Negli anni ottimizzò qualunque opportunità datagli dagli avversari e dal suo genio per garantirsi i più ampi margini d’azione nella politica e nella cultura romana. Dopo la vittoria nella battaglia di Azio combattuta nel 31 a.C. contro Cleopatra e Marco Antonio, la strada di Ottaviano era tutta in discesa.

Scopo delle sue azioni politiche fu quello di ridonare sicurezza a un popolo che da ormai quasi un secolo non vedeva che guerre fraterne: dopo Azio si cominciava a respirare nell’aria un clima di attesa, come se fosse imminente la discesa di qualcuno che potesse far tornare a Roma la pace e creare una nuova età dell’oro. Le società tradizionali avevano una visione differente da quella contemporanea che pensa la storia come una linea retta: secondo queste, la storia non era che un circolo destinato a ripetersi fino alla fine dei giorni in cui si alternavano diverse “ere” o “età”: l’età più fiorente di tutte era quella dell’oro, in cui addirittura gli uomini vivevano in simbiosi con gli dei; poi sarebbero arrivate le età dell’argento e del bronzo, in cui ci sarebbe stato un distacco graduale dell’uomo dal proprio elemento spirituale, simboleggiato dal suo accanimento ai beni materiali e alle speranze illusorie della temporalità, ma senza abbandonare del tutto la visione sacra dell’esistenza; infine l’età del ferro sarebbe stato il crepuscolo che prospettava l’alba, ma si sarebbe dovuto assistere alla perdita di qualunque pudore, a lotte fratricide, alla fine di qualunque ideale che non fosse la completa sopraffazione dell’uomo sull’uomo.  Ebbene, con Augusto sembrava essere arrivato il momento della pace, della rinascita dello stato romano dalle ceneri delle guerre civili.

Quando nel 27 e nel 23 a.C. gli furono conferiti i poteri principali, diede inizio a una campagna di riforme che sarebbe terminata solo con la sua morte: andò a toccare tutti gli ambiti della vita civile e religiosa del popolo romano, pur con la consapevolezza del proprio ruolo formale di Senatore (una sorta di “primus inter pares”, dato che non c’era ancora un titolo magistratuale per il suo potere e Augusto rimaneva ancora un semplice senatore), dunque formalmente vincolato alle deliberazioni senatorie, e proprio in questo possiamo riconoscere la grandezza del suo personaggio. Muoversi nell’ambito della legalità repubblicana per instaurare un potere personale e autocratico di cui tutti erano consci, che la stragrande maggioranza della popolazione accettava, e in cui molti senatori speravano. Il suo potere era visto come un prezzo necessario da pagare per rivedere finalmente la pace.
 

La propaganda augustea si muoveva proprio in questo senso: ogni monumento costruito, ogni legge, ogni sua azione pubblica doveva rispecchiare il ritorno di quell’ordine perpetuo e immutabile derivato dal ritorno al costume dei padri, della religiosità tradizionale, che si rispecchiava nella realtà in costruzioni monumentali e perfette, nelle quali regnava l’idea dell’ordine cosmico, della pace, dell’abbondanza e, soprattutto, della sacralità della vita in ogni sua accezione e della compartecipazione di tutto il creato all’opera di rinnovamento augustea.

Quest’opera di propaganda diffusa in modo capillare e martellante si accompagnava a un programma di costruzione che intendeva portare Roma al livello delle grandi metropoli orientali: Augusto fu il primo a strutturare l’Urbe secondo un’idea precisa di città, la quale era stata da ormai un secolo alla mercé dei potenti di turno, in una continua gara a porre il proprio nome sul più alto numero possibile di monumenti.Ora solo Augusto e i suoi rappresentanti potevano costruire, solo lui poteva celebrare trionfi, ogni vittoria era sua, ogni merito era attribuito a lui. Gli occhi di tutti erano puntati su di lui. Riuscì a creare una tale interazione con il popolo, che non aveva alcun timore a mostrarsi in pubblico e confrontarsi con i cittadini attraverso la costruzione dei primi teatri stabili. Prima di lui, il Senato non permetteva che fossero costruiti proprio per timore che il popolo, incontrandosi, avrebbe potuto rivoltarsi. Il cambio di rotta attuato da Augusto doveva essere stato ben accolto dal popolo.
Augusto poteva inoltre essere unico beneficiario del popolo, a cui egli donava a piene mani, in un rapporto paternalistico-clientelare che permetteva all’imperatore di ricevere, di contro, numerosi riconoscimenti di pura iniziativa popolare, cosa che legittimava più di qualunque altra il suo potere. Ormai la sua azione aveva fatto presa sul popolo romano, che nessun’altro poteva più accattivarsi.