Il 1° Maggio da studente

Finisci le superiori, fai la valigia e (spesso) parti per un’altra città. La paura dell’ignoto e la voglia di avventura, in un mondo nuovo, tenute insieme solo dall’incoscienza dell’età.

19 anni sono troppi per stare ancora a casa ma, nel nostro paese, troppo pochi per andare a vivere da soli.

Alcuni, i più fortunati, hanno la famiglia che si sobbarca le spese, con genitori che fanno straordinari; per altri la storia è diversa: si trovano un lavoro e si mantengono gli studi (almeno per buona parte).

Da soli, non tardano ad arrivare i primi problemi, invisibili quando si stava a casa: il sugo annacquato, la prima lavatrice che stinge i vestiti, bruciare sotto il ferro da stiro la camicia preferita, la spesa fatta solo di birre e dolci. Unico comun denominatore: tutto da rifare!

Poi arrivano i problemi di convivenza, pulire casa, uscire per fare la spesa o pagare le bollette, buttare la spazzatura… Insomma una marea di cose alle quali prima non ci si faceva nemmeno caso, ora sono diventate di colpo reali e si manifestano tutte insieme.

Tutto questo in contemporanea con l’università, si perché questo è il vero motivo della nostra avventura.

Montagne di libri da studiare, lezioni da seguire, sbobinature, grafici, diagrammi, riassunti, schemi… Una valanga di cose da fare che ci sommerge, l’ansia degli esami che ci prende (meglio studiare e stare con il panico o non studiare e stare con i sensi di colpa?). Siamo universitari, in tutto questo riusciamo a trovare sempre spazio per una nostra passione, un aperitivo con gli amici o una serata in discoteca (alcuni anche il lusso di una ragazza!).

Ma a cosa serve tutto questo?

I migliori anni della nostra vita (cit.) investiti nella più importante istituzione italiana che ha più la forma di un “parcheggio” che quella di una scuola: riforme su riforme per aumentare il tempo di studio, tirocini che si aggiungono alla laurea, corsi di formazione, master, pratica sul campo. Tutto per farci entrare in un mondo del lavoro saturo, il più tardi possibile.

Ci ripetono che l’università italiana è la migliore al mondo, che i laureati italiani sono una vera e propria risorsa, ”verissimo…” aggiungerei io “…ma per gli altri paesi, non per il nostro”.

Vediamo Avvocati spagnoli (con laurea abilitante) esercitare a soli 23 anni, Chirurghi tedeschi operare a soli 24 e Ingegneri francesi di 25 che dirigono cantieri. Da noi traguardi impensabili prima dei 30 anni ma solo se parliamo di giovani-prodigio.

Altra cosa è che il malgoverno degl’ultimi anni, ha fatto si che il tessuto economico del Paese si è andato pian piano disgregandosi (si pensi al cappio fiscale a cui sono sottoposti gli imprenditori) e questo ha fatto sì che i laureati, una volta affacciatisi al mondo lavorativo, non riescano a trovare una struttura tale da assorbire le competenze acquisite, costretti perciò il più delle volte a ripiegare in mansioni sottopagate e spesso inferiori al loro livello di preparazione.

Il paradosso in tutto questo è costituito dai dottori di ricerca che, aldilà della carriera accademica, trovano nella disoccupazione il naturale “sbocco lavorativo” una volta terminati gli studi

Tutto questo per dire cosa?

Un laureato italiano fa una scelta di vita, sceglie di sospendere la sua vita per almeno 5-6 anni, non ha soldi disponibili, non può investire, non può fare impresa, toglie liquidità alle casse della sua famiglia.

Finalizzato a cosa? Se gli andrà tutto bene, prenderà lo stipendio equivalente a quello di suo padre (anche un po’ meno secondo l’ISTAT).

Ma da quali problemi si scaturisce tutti ciò? Una classe politica e dirigente che non è capace a dare risposte e a collocare la forza intellettuale di questo paese? Oppure siamo noi che abbiamo fatto una scelta di vita sbagliata studiando materie che non hanno un reale mercato e non accontentandoci del lavoro proposto?

Quello che è sicuro è che questa Pandemia ha scoperto agli italiani che il Re è nudo, che non si può lavorare una vita e non riuscire a mettersi da parte nemmeno l’equivalente dei costi di gestione di 3 mesi, questo alla luce del fatto che il mondo del lavoro italiano “galleggia”: guadagno oggi quello che mi basta per pagare le spese domani.

 Sicuramente ci aspetterà un periodo buio, in cui si dovrà resettare e riassettare l’economia Italiana, dovranno essere date le priorità alle aziende produttive del paese e (si auspica) una sfoltita alla macchina burocratica italiana.

Abbiamo una possibilità unica: ridisegnare il paese in base alle esigenze della nazione, tagliare i rami secchi, i costi inutili e iniettare i soldi direttamente nei reparti produttivi. Possiamo e dobbiamo cambiare la nostra visione da “Assistenzialista” a “Produttiva”.

Tutto questo sarà quello che realizzeremo nei prossimi 20 anni, un cambio epocale che segue ad una catastrofe (economica) e NOI UNIVERSITARI saremmo chiamati a quel ruolo: progettare la nuova architrave Italiana.

Chi risponderà alla chiamata?