Siamo garantisti o siamo giustizialisti? Al giorno d’oggi, in Italia, si parla molto di questo tema. Quando leggiamo dell’ennesima inchiesta giudiziaria che ha colpito (principalmente) un politico, balziamo dalla sedia gridando allo scandalo o rimaniamo composti ad approfondire la notizia?

Una domanda che negli ultimi anni mi sono posto tante volte a cui sono recentemente riuscito a trovare una risposta. Purtroppo, e sottolineo, purtroppo, in Italia, siamo tutti giustizialisti. Da tanti anni, nel nostro paese, non si sentiva parlare di questo sentimento; probabilmente da quando terminò Tangentopoli, nel 1994, quando il pool di magistrati della Procura di Milano, capeggiati da Antonio Di Pietro, pose fine alla stagione politica della cosiddetta Prima Repubblica ed ai partiti e ai politici che ne erano stati protagonisti, in seguito ad arresti, suicidi e condanne.

L’argomento è poi tornato prepotentemente alla ribalta alla fine dello scorso decennio, quando nacque il fenomeno del Movimento 5 Stelle. Dal palco del Vaffa-Day, Beppe Grillo ed i suoi seguaci commentavano le notizie delle inchieste giudiziarie che coinvolgevano politici di altri schieramenti al grido di: “Onestà, Onestà”. Probabilmente è anche grazie a questo sentimento giustizialista che il M5S ha raggiunto elevate percentuali di consensi nelle elezioni politiche degli ultimi anni. Per questo motivo, suppongo, queste condotte sono state poi adottate da altri nostri rappresentanti, non tanto per un loro preciso ideale in cui potevano legittimamente credere bensì per l’irrefrenabile voglia di scagliarsi, come veri e propri sciacalli, contro le vicende giudiziarie dei loro colleghi.

Grazie quindi ai politici, i nostri rappresentanti, che siamo diventati un paese giustizialista, un paese dove ormai siamo abituati a definire criminali uomini e donne a cui “semplicemente” viene notificato un avviso di garanzia. Nel corso della vita di ogni uomo, politico, libero professionista, operaio, artigiano, possono essere rilevati degli indizi o delle circostanze anomale che li riguardano e che necessariamente pongono lo Stato nella condizione di attivare le procure per indagare su questi fatti. E’ da questa semplice e legittima procedura giuridica che inizia, a causa del giustizialismo, il calvario di un uomo.

I Social Network e la stampa, con la pubblicità dei loro contenuti, sono il giusto cocktail per porre un uomo sulla gogna mediatica e rovinare la sua immagine, nonostante quest’ultimo, dopo anni ed anni, possa essere giudicato innocente nel corso dei tre gradi di giudizio. A quel punto però è quasi sempre troppo tardi, per tutti, quell’uomo, libero ed innocente, è etichettato dalla società come criminale. Il giustizialismo non è caratteristica di una società moderna e civilizzata ma è caratteristica di una società barbara, carica di odio ed incapace di sapere rispettare il prossimo. Dobbiamo essere capaci di ricordare da dove veniamo: veniamo dalla Costituzione del 1948, la più bella, fonte di ispirazione per altri stati del mondo; siamo figli della società che ha voluto un paese libero e moderno; siamo figli della società che ha voluto la disciplina garantista dell’art. 27 della Costituzione dove ogni uomo “non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” e dove “le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati” e dell’art. 6, co. 2, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in base alla quale “ogni persona accusata di un reato è presunta innocente sino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata.”