Innumerevoli volte, su questo blog, avrete letto articoli nei quali ho criticato l’ideologia progressista, denunciandone anche i suoi cortocircuiti. C’è, tuttavia, un aspetto che non è, probabilmente, adeguatamente trattato e ciò lascia sempre ai politici, agli intellettuali e ai partiti di Sinistra un’arma per cavarsela: il cosiddetto discorso di odio e la conseguente responsabilità dei partiti di centrodestra nella diffusione di questo sentimento (perché parliamo di un sentimento) ai danni dei loro avversari politici.

È importante specificare che l’odio è un sentimento, in quanto chi crede di criminalizzarlo non solo pretende di indottrinare facilmente la gente e di privare i cittadini della libertà di esprimere il proprio pensiero sulle grandi tematiche del nostro tempo ma anche di stabilire quali debbano essere le disposizioni d’anima del popolo. L’ odio esiste da sempre e sempre esisterà, dato che è una caratteristica essenziale della vita terrena quella di provare ostilità nei confronti di qualcuno e di contrapporsi a chi si ritiene possa essere un ostacolo. L’ importante è che un sentimento non si utilizzi per compiere crimini o atti illegali ma, a quel punto, si colpisce il singolo atto o fenomeno, non il diritto sacrosanto del conflitto. Quindi, la pretesa di determinati politici di non essere odiati è assurda e non solo perché, come è stato poc’anzi specificato, l’odio è un naturale sentimento ma anche perché personaggi pubblici, mediaticamente visibili, sono esposti alle critiche e il rischio che le loro azioni possano non essere gradite a molti è altamente probabile. Neanche i tiranni assoluti hanno mai preteso di essere amati dai cittadini.

Specificato, quindi, che è un atteggiamento folle la colpevolizzazione dei sentimenti, quasi di ambito psichiatrico, va posta l’attenzione su un altro termine o, meglio, su un combinato disposto: diffusione dell’odio: i cittadini non possono odiare certi politici e, inoltre, sarebbero istigati ad odiarli dagli esponenti di Destra, i quali esporrebbero i propri avversari alla gogna mediatica dei social.
Qui, è doveroso porsi un interrogativo: in che modo una critica può indurre all’ odio e, ammesso che alcuni decidano di odiare, in seguito a un’ affermazione legittima, si può vietare il dissenso? Criticare è un diritto costituzionalmente garantito, ergo, non può essere soggetto a restrizione; è altrettanto ovvio che avvenga sui social. I politici (che scoperta!) si adeguano, come tutti i cittadini, ai mezzi di comunicazione e seguono l’evolversi della tecnologia. Il ragionamento perverso che muove certi signori affranti e colpiti da gravi carenze affettive è: criminalizzare i sentimenti come l’odio- ammesso che tutti i cittadini che votano i partiti di centrodestra li odino-( cosa alquanto improbabile) e, di conseguenza, tutti i comportamenti che possono indurre a tale sentimento. Siccome l’odio non è un reato e non è neanche possibile quantificarlo e qualificarlo da un punto di vista giuridico, tutto è affidato alla discrezionalità di presunti illuminati; ad esempio, un insulto che dovrebbe essere condannato se rivolto a qualsiasi politico, opinionista, intellettuale e giornalista, se rivolto a un esponente di Sinistra, è frutto dell’odio, se, invece, è rivolto a un uomo o a una donna di Destra, è giustificabile, perché se lo è cercato, in quanto odiatore. In buona sostanza, in ragione del fatto che non condividi le idee del pensiero unico, meriti l’insulto, il pubblico ludibrio, o, addirittura, le aggressioni fisiche. Bell’esempio di democrazia! Se si giustificassero le repressioni di un regime del ‘900, non comunista, con questo teorema, come agirebbero i democratici benpensanti della nostra nazione? Pleonastico scriverlo!

Con qualche breve esempio è facile arrivare a una conclusione, abbastanza scontata per chi è dotato di un po’ di razionalità e di buon senso: un personaggio pubblico è giusto e sacrosanto che venga contestato e non può pretendere l’amore dell’ intero orbe terracqueo. Se è vittima di ingiustizie, procederà per vie legali e riceverà l’adeguata solidarietà di tutto il mondo politico, com’è giusto che sia. Un tale principio deve valere per tutti e non siamo noi di Destra a dirlo ma l’articolo 3 della Costituzione, citato innumerevoli volte da taluni ma, evidentemente, non sufficientemente compreso.

È, tra l’altro, lecito chiedere a chi sostiene di essere vittima dell’esposizione sui social se non ricorre a questi per far propaganda. Ogni giorno sulla pagina Facebook del Partito Democratico si leggono post di critica ai partiti di Destra e ai loro leader; sotto questi post si scorgono spesso commenti molto duri ai danni di politici di destra, anche sessisti, se si tratta di donne e, nella maggior parte dei casi, non ci si riferisce minimamente alla politica. Come mai, allora, i politici di Destra non si dipingono come vittime? Forse perché hanno argomenti sui quali reggere la propria esistenza e non necessitano di strumenti per nascondere incapacità e politiche governative disastrose? È sorprendente, inoltre, vedere che i partiti eredi del PCI e dell’ideologia comunista, che si fonda sulla lotta di classe e sulla contrapposizione violenta,oggi, si riscoprano amatori. Hanno una memoria alquanto selettiva e limitata. Sulla base di precise parole d’ordine di istigazione alla violenza, non alla critica e ai sentimenti ostili, molti militanti di gruppi extraparlamentari comunisti, legati al PCI, si sono macchiati di crimini nefandi ai danni di ragazzi che militavano nel Fronte della Gioventù e difendevano gli ideali e i valori della Destra. Mutatis mutandis, senza far paragoni forzati, quando oggi si legittima, in un certo qual modo, la violenza verbale ai danni di chi non è parte integrante del mainstream, viene subito in mente quel motto cinico e vergognoso della Sinistra degli anni ’70 e ’80: uccidere un fascista non è reato”.

Da una parte ( a Destra) c’è chi reputa l’odio un sentimento, da non normare, giustamente, dall’altra (a Sinistra) chi finge di non provarlo e legittima atti immorali o illeciti come reazioni all’odio, detestando i sentimenti ostili solamente quando sono indirizzati a lui o a qualcuno dei suoi.