Errare humanum est. Tuttavia nel caso del gigantesco portacontainer Ever Given la sventatezza dell’equipaggio ha portato ad un’ulteriore crisi tutto il mondo.

Quest’enorme mole di acciaio e ruggine che beffardamente ha bloccato il canale di Suez ha mostrato nuovamente la fragilità insita nel sistema economico globale, che viene in un certo qual modo sublimata dal progresso tecnologico che poco può, però, in questi casi.

Questa debolezza in parte è originata dall’esistenza dei famigerati choke points (o colli di bottiglia), fra cui lo stesso canale di Suez (progettato dall’ingegnere italiano Luigi Negrelli), che sono dei passaggi obbligati dove transita circa l’80% delle merci del pianeta, il 54% del grano e dei fertilizzanti e la maggior parte del petrolio; basti pensare che solamente per Hormuz (isola del Golfo Persico) transitano una media di 18,6 milioni di barili di greggio al giorno.


Evidentemente ciò comporta la capacità di chi governa suddetti passaggi di esercitare un enorme potere su tutta l’economia mondiale. A maggior ragione in quanto, nonostante le guerre commerciali e i venti di de-globalizzazione, i numeri attuali e le previsioni dicono che il commercio marittimo (convogliato quasi interamente nei “colli di bottiglia”) cresce e continuerà a farlo. Bisogna ricordare che il diritto internazionale riconosce uno status speciale ai choke point, limitando di fatto le normali prerogative degli Stati costieri a favore della libertà di passaggio; si veda la Convenzione di Costantinopoli, tornata in vigore nel ’79, che prevede la neutralità del canale di Suez e la garanzia del passaggio in tempo di guerra e di pace. Tuttavia è imperativo a livello strategico-operativo fare delle considerazioni che superino il diritto internazionale, in cui spesso vi sono delle mancanze. Un blocco come quello sperimentato in questi giorni, rientrante totalmente nel perimetro “civile”, potrebbe essere un modello per eventuali attori interessati in futuro a recare un danno considerevole al commercio internazionale (atto di “guerra asimettrica”).


Appare dunque necessario che la troppo a lungo dormiente UE intraprenda una serie di iniziative coordinate in una più ampia azione strategica al fine di impedire il consolidamento del controllo di suddette aree, situate principalmente in Medio Oriente, da parte della Cina e della Russia. Le superpotenze asiatiche non perdono occasione per rafforzare la propria posizione; ad esempio, la Cina ha finanziato il governo egiziano al fine di promuovere l’allargamento di un tratto del canale di Suez e di trasformare il suddetto tratto in un hub privilegiato per le merci di Pechino. Non da meno è stato l’operato di Mosca che, sempre in Egitto, ha fatto costruire una Russian Industrial Zone simile a quella cinese.

Nella “geopolitica degli stretti” l’Europa deve tornare a farsi sentire e ciò è possibile solamente proteggendo militarmente i choke point, rafforzando la cooperazione portuale e marittima e, soprattutto, predisponendo massicci investimenti. Tutto ciò è da realizzarsi il prima possibile, altrimenti, ben presto, nel Mare Nostrum non saremo che visitatori, totalmente alla mercé dei nostri ospiti.