Recentemente, seppur con esigua risonanza mediatica, abbiamo assistito a un caso alquanto interessante in terra turca, che dovrebbe portare a dovute e doverose riflessioni. In particolare, il 18 marzo 2021, il presidente Erdogan si è fatto carico della rimozione del governatore della Banca Centrale turca, Naci Agbal, poiché aveva annunciato che sarebbe stata impellente la necessità di adottare una politica monetaria restrittiva, fondamentale per combattere l’aumento dell’inflazione e, quindi, sostenere la lira turca. Inutile a dirsi che la decisione di Erdogan abbia avuto effetti disastrosi, a causa della fuga di capitali immediata a cui la Turchia ha assistito che, alla riapertura dei mercati, ha generato un crollo dell’oltre il 9% sulla borsa di Instanbul e, come se non bastasse, la valuta locale (la Lira Turca) è arrivata a svalutarsi fino al 17% nei confronti del dollaro – valore vicino ai minimi storici della moneta.

Certo.. Erdogan non è un presidente che persegue una linea politica di stampo compromissorio, questo lo sappiamo bene. Infatti, Naci Agbal è stato il terzo governatore della Banca Centrale ad essere rimosso nell’arco di nemmeno due anni. La causa, è quella dell’ostilità politica di Erdogan nei confronti delle politiche monetarie restrittive, che prevedono un aumento dei tassi d’interesse per contrastare l’inflazione e, dunque, gli stimoli all’offerta di moneta, con conseguente riduzione del debito pubblico. Abgal, infatti, è stato rimosso proprio quando ha annunciato un aumento dei tassi d’interesse al 19% – valore che risulta certamente elevato, conseguentemente alla situazione interna della Turchia.

Il presidente turco, naturalmente, è stato criticato dalla gran parte degli economisti neoliberisti, che sostengono la tesi per cui la politica monetaria di un paese debba essere fermamente indipendente dalle decisioni politiche del suo capo di stato. Ma, ci chiediamo, questo è necessariamente vero? E’ vero che l’economia nazionale di un paese debba essere indipendente dalla politica? Ma, soprattutto, ciò risulterebbe eticamente e concettualmente giusto?

Anzitutto, risulta scontato – quasi banale – specificare come economia e politica non possano essere totalmente indipendenti per antonomasia. L’economia, in un modo o nell’altro, ha sempre influenzato le decisioni politiche degli stati, sin dall’alba dei tempi. Per portare l’esempio attuale più calzante, l’Unione Europea si inserisce perfettamente in questo discorso. L’UE, infatti, è definibile come un’istituzione sovranazionale che si occupa di gestire le economie nazionali dei paesi al fine di perseguire quegli stessi obiettivi neoliberisti che fanno della politica e del benessere dei cittadini una mera declinazione dei più beceri modelli dell’economia politica, creando enormi disparità sociali dovute al sistema che impera nel globo: quello capitalista.

Eppure d’altra parte, seppur si propini l’idea per cui l’UE debba essere il baluardo dell’economia europea e dello sviluppo dei singoli individui, c’è da considerare un altro fattore, ovvero quello per cui il mantenimento di una situazione di equilibrio, nelle più “idilliache” delle situazioni, non comporti necessariamente un benessere collettivo socialmente accettabile. Questo è vero già se si osserva che il mercato del lavoro debba risultare in equilibrio in relazione a una determinata soglia, al di sopra o al di sotto della quale avverrebbe uno squilibrio dei prezzi determinando, quindi, una variazione dell’inflazione stessa. Non è un caso che la stessa Unione Europea si prefigga di mantenere un certo valore della disoccupazione per non alterare i prezzi e, quindi, l’inflazione – che da obiettivo comunitario dovrebbe aggirarsi annualmente intorno al valore del 2%. In altre parole, l’obiettivo del sistema politico UE non si impone quello di abbassare ai minimi possibili il tasso di disoccupazione (azzerarlo sarebbe impossibile a causa della disoccupazione strutturale di un paese), bensì quello di stagnarlo a un dato valore per rispettare le regole ferree della “economia sociale di mercato” di matrice capitalistica.

In funzione di questo breve, ma incisivo esempio, risulta quasi lapalissiano affermare che l’economia e la politica non possano e non debbano essere disgiunte nei loro ruoli e, soprattutto, che l’economia non possa e non debba governare sulla politica. In prima constatazione poiché è impossibile che sia così, in quanto in presenza di determinati squilibri sui mercati l’autorità competente per l’intervento è l’autorità politica che interviene, nella buona parte dei casi, con leggi apposite; in secondo luogo poiché le decisioni delle unità economiche di un sistema – o di un paese – si riversano, ovviamente, sulla pelle dei cittadini, lavoratori e non. Ecco che, allora, un sistema governato da tecnocrazia e plutocrazia, che si pone unicamente come difensore strenuo del capitale, tende a tralasciare l’importanza di tutte le componenti sacre di cui il globo possa disporre e che gli Stati hanno il diritto, ma soprattutto il dovere, di difendere: la sovranità di una terra; l’appartenenza a una nazione; la libertà di agire secondo i propri sani e giusti principi. E senza questa consapevolezza da parte delle Nazioni, non può esserci futuro per le anime che la abitano e non può esservi riconoscenza verso chi, per la propria terra, ha versato quel sangue da cui, ora, si erige sbocciata una rosa fiammante e scarlatta, che splenderà di bellezza nei secoli a venire.