Ci siamo, la Camera dei Deputati con numeri da record ha concesso la fiducia al neonato governo Draghi. La maggioranza è spuria, raggruppa: gli ex socialisti democratici di LEU, il partito dell’establishment (PD), gli ex rottamatori di Italia Viva, gli ex antisistema del movimento 5 stelle, gli ex epigoni della rivoluzione liberale di Forza Italia, gli ormai ex sovranisti della Lega ex Nord e una serie di altri movimentini alla ricerca della sopravvivenza politica, con l’eccezione di Fratelli d’Italia come unico partito d’opposizione .
Una sfilza di ex qualcosa che formano una maggioranza assoluta, più consistente di quelle che si possono vedere nelle dittature post-sovietiche. Insomma, una maggioranza che non sembrerebbe avere niente in comune a prima vista.

Il quesito allora diventa: cosa collega questa maggioranza?
Ovvio direte, proprio il Presidente del Consiglio, il professor Mario Draghi, figura autorevolissima che sembra avere il consenso unanime da parte dei media e della società civile, ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente della Bce, il tecnico dei tecnici insomma.
Una banchiere, che però, a rigor di logica, dovrebbe essere inviso ai post-comunisti, un europeista che dovrebbe essere lo spauracchio di sovranisti e populisti.
Eppure nessuna critica sembra levarsi dai banchi del Parlamento.

La conclusione appare tanto lapalissiana quanto triste: assistiamo in questi giorni all’epilogo definitivo della Politica: i tecnici salgono prepotentemente in cattedra, dettano la linea ad una classe politica sempre più inadeguata. Non conta più l’ideologia dei movimenti politici: non si governa, si amministra. Il mercato ha trionfato.
Il politico diviene allora mero funzionario, che asseconda attentamente le indicazioni della finanza e si fa guidare dallo spread, mosso abilmente da agenzie di rating e colossi finanziari, a che serve allora il Politico con le sue idee?
Quando il politico diventa un gretto funzionario, allora chi meglio del Professor Mario Draghi, il principe dei funzionari.