Per me si va nella città dolente
Per me si va nell’ etterno dolore
Per me si va tra la perduta gente

Con questa celeberrima terzina del canto III dell’ Inferno di Dante ricordiamo il settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta. Nel 1321 il cielo prendeva con sé il più grande genio di tutti i tempi.

La sua vita fu un viaggio nello scibile umano; noto a tutti per essere il padre della lingua italiana grazie al suo poema illustre ” Commedia ” , definita da Boccaccio ” Divina” ha fornito all’ umanità testimonianze storiche incredibili, concetti di filosofia, letteratura, fisica, etica e teologia. È stato in grado di raccogliere tutti i fiori della cultura classica e della cultura cristiana per coniugarli in una nuova e straordinaria visione che è ancora per noi un modello straordinario sotto molteplici punti di vista.

Celebriamo un genio dell’ umanità, profondamente legato alla Patria,  disprezzava quanti per corruzione e interessi personali l’ avevano tradita e quanti non rispettavano la Chiesa, come casa di Dio,  per piegarla ai propri fini. Pietà, amore, disperazione, gioia, cattiveria, dannazione,’ quanto di buono e di non buono appartiene all’ umanità è scritto negli immortali versi della Commedia, che mai omette di comunicarci cose nuove, nonostante siano passati secoli. Il viaggio compiuto nell’ oltretomba da Dante può essere riassunto con la fortunata espressione latina ” per aspera ad astra”, e questo Dante si era prefisso. Il suo sommo capolavoro doveva rigenerare l’ umanità avvilita da corruzione e disgrazia; prima di arrivare all’ Empireo, Dante è costretto con la guida del Poeta Virgilio a percorrere tutte le difficoltà dell’ Inferno e del Purgatorio ed è lui stesso che con l’ umiltà affronta i propri timori e riconosce i peccati commessi. Questa sia per noi una metafora e ci aiuti a non demordere in questo particolare momento.

Non si può sapere con certezza se sarà possibile celebrare il Sommo nel modo che meriterebbe, vista l’ emergenza pandemica; è comunque doveroso ricordarne la vita e le altre opere, oltre alla Commedia. Il suo orgoglio, la sua volontà di dare dignità alla lingua volgare –  obiettivo che raggiunge anche con il De Vulgari Eloquentia, in cui  descrive in lingua latina tutti i dialetti della nostra penisola, conferendo loro estrema dignità e prefigurando già un concetto di unità-  e il suo patriottismo siano un continuo monito e ci inducano a diffidare di chi disprezza certe istanze, ritenendole obsolete. La cultura di una nazione va riaffermata costantemente e non è possibile che ciò accada senza la giusta conoscenza dei Padri.